Barriera stories

Barriera di Milano si racconta attraverso le voci delle persone

La mia vecchia Barriera, io me la canto ancora

di Claudio Bondioli

 

La Barriera di Milano o dell’Emme, è sempre stata un luogo speciale per immaginare storie, scrivere racconti, ambientare romanzi e nel mio caso ispirare canzoni. Molti dei brani che ho scritto partono proprio da lì, da quelle vie strette, chiuse tra basse case di ringhiera, con cortili da cui salgono continue le voci di bambini mescolate a quelle di ombrellai, materassai, vetrai e arrotini. Per tutti gli anni ’50 e ’60 del secolo scorso, ho abitato in via Feletto 38, all’angolo con il corso Giulio Cesare, al primo e poi al terzo piano. Una classica casa di ringhiera, dove per andare al cesso, come diceva Gipo, ti toccava passare davanti alla portafinestra dei tuoi vicini che magari stavano mangiando. La chiamavano la casa “delle vedove” perché per la maggior parte era abitata proprio da vedove. Di sera, avevo una paura bestia a salire quelle scale poco illuminate che non finivano mai e mi toccava passare davanti a porte dietro le quali da poco, magari, c’era stato un morto.

A proposito di morti, quando qualcuno se ne andava, da dietro i vetri, guardavo con timore il viavai silenzioso delle persone che sfilavano lungo i balconi per andare a rendere omaggio al defunto, allora era ancora normale morire in casa. E poi la bara portata a spalle che, lentamente, procedeva a fatica rasentando muri e ringhiere. Mi immaginavo che cadesse in cortile e si scoperchiasse, mostrando così il suo terrificante contenuto. Quella stessa bara veniva poi collocata al centro del cortile, così che le persone affacciate ai balconi potessero salutare ancora una volta il coinquilino che se ne era andato. Poi il funerale partiva, con le “beghine” dolenti che si incamminavano ondeggiando al ritmo lento dei loro lamenti verso la Parrocchia di Nostra Signora della Pace.

Ma per pareggiare i conti tra Eros e Thanatos, in via Feletto non c’era solo la casa “delle vedove”, ma anche quella “dell’amore”. Al numero 31, infatti, era ancora in piena attività il bordello della Barriera. Io non ne sapevo nulla, ero troppo piccolo, ma mi capitava la sera, in estate, di sentire salire, dalla porta aperta del balcone al primo piano, canti e voci sguaiate. Erano le allegre compagnie di giovani e non, attirati dalle “bellezze” del luogo e dalle tariffe popolari che si recavano o tornavano dai loro incontri amorosi a pagamento. Lì, nel bordello della Barriera, ho fatto incontrare il partigiano Milo e la bella e coraggiosa prostituta, i due protagonisti del mio brano “Storia di Jole”.

In ogni stagione, l’aria della Barriera sapeva di gomma bruciata, olio d’officina e carbone. Era l’inconfondibile aroma che si diffondeva dalla Ceat Gomme, dalla Grandi Motori, e da centinaia di altre boite, piccole e grandi, sparse per tutto il quartiere, appena mitigato dal profumo di biscotti della vecchia Wamar. Gli operai erano ovunque. Li rivedo in inverno, di sera, tornare a casa in bicicletta dopo il turno del pomeriggio. E rieccoli, al mattino nella nebbia infreddoliti e assonnati, stivarsi sui tram 15 e 18 con il baracchino nella borsa, direzione obbligata: Lingotto e Mirafiori.
Il gagno cresce, arrivano i primi amori, arrivano le amicizie importanti, quelle che durano una vita e con le quali si prova a scoprire e a capire il mondo. Lo sguardo sulle persone e le loro storie si fa più attento e profondo. Arrivano gli anni della contestazione. Nelle piole di Barriera si mescolano con naturalezza ex partigiani, studenti sessantottini e la “maraja losca”. Insomma, una gran bella miscela, bella anche da cantare.

In quegli anni, in Barriera sono nate le mie amicizie più belle e importanti. Tra queste, alcune hanno ispirato qualche mia canzone, come “Canzone per Gianpa” e “Amici sempre”. In quelle piole ho imparato a suonare la chitarra e a cantare in mezzo alla gente. Sempre lì, ho imparato a stare con naturalezza dalla parte dei più deboli, a conoscere e rispettare i partigiani, ad ammirare il coraggio e le gesta di ragazzi come Dante di Nanni e Francesco Valentino.

Di Valentino racconto la tragica storia ne ”la Bici di Valentino”, che ho dedicato a lui e a mio padre che gli era amico. Sempre in Barriera ho imparato ad amare la convivialità e il calore della musica popolare, ho assimilato il gusto dello sberleffo, della battuta, anche di quella più grassa e irriverente. Su quei balconi di ringhiera, tra quelle strade e in quei cortili ho avvertito i primi turbamenti d’amore, ho costruito i miei primi sogni, ho vissuto le mie prime avventure. Alla mia vecchia casa ho dedicato “Via Feletto 38” e “Il sassofono di latta”. Fin da bambino la musica mi ha fatto compagnia e nella mia testa sono sempre nate melodie. Sul balcone al terzo piano ho passato ore e ore a soffiare in un kazoo a forma di sassofono, il mio primo strumento.

I ricordi, i sogni e le passioni dei miei vent’anni vissuti in Barriera, sono la trama biografica ed emotiva di “Poi anche noi”, il brano che forse più di altri, tra quelli che ho scritto, rappresenta una sorta di bilancio e di omaggio a quell’ irripetibile periodo della mia vita.

La mia Barriera oggi non c’è più, ma la Barriera è sempre lì e altri la stanno vivendo, raccontando e anche cantando.