Barriera stories

Barriera di Milano si racconta attraverso le voci delle persone

Barriera: odi et amo

di Biagio Irene

 

Torino Nord, Circoscrizione 6, Barriera di Milano
Io odio Barriera.
Odio questo quartiere che viene sempre considerato difficile o degradato.
Odio la sua nomea di quartiere pericoloso, abitato da persone poco raccomandabili.
Odio il suo essere la prima periferia oltre al centro città, ed essere così mal servita dai mezzi pubblici.

Eppure ho sempre vissuto in Barriera e anche quando ho potuto scegliere se rimanere o andare via, sono rimasto qui. Nonostante i problemi e le contraddizioni, le sue vie, le genti, i luoghi ti entrano dentro. C’è tanta rabbia in questo quartiere ma a ben guardare altrettanta speranza. Sembra retorico ma non posso scrivere altro, questo luogo fa parte della mia vita e non semplicemente come elemento della mia biografia. In fondo “sono di Barriera, non di Torino”.

La mia storia in questo sobborgo inizia con la mia famiglia, arrivata dal sud, durante le migrazioni degli anni ’60. Furono accolti da una Barriera con i bagni sui ballatoi, i ragazzini che giocano in mezzo alle vie, le ultime cascine e prati prima della grande edificazione di quegli anni; d’altronde servivano case per i meridionali. Ma Barriera è questa, calamita per i migranti e lo è ancora oggi. Tuttavia, questi sono i ricordi dei miei genitori, per me sono solo foto in bianco e nero ingiallite.

Per me Barriera sono i Subsonica nelle cuffiette e girovagare solo per il quartiere nei pomeriggi dopo la scuola. Sono le luminarie di Natale in piazza Cerignola. Le biciclettate con mio padre e mio fratello al parco la Colletta. È la metropolitana leggera 4, prenderla con i miei amici mi faceva sentire come in Guerrieri della Notte. Le rigide giornate autunnali, con il sole che tramonta presto. È andare a giocare a pallacanestro all’oratorio Michele Rua oppure alla società sportiva Centrocampo con i miei amici. Aiutare mia madre con la spesa del mercato di via Porpora, portando le borse, il sabato pomeriggio. Crescendo Barriera è diventata le mattine a studiare per gli esami universitari alla Biblioteca “Primo Levi”. E poi qui mi sono sposato, qui vivo con mia moglie e mio figlio. Guardo alcune di queste vie di Barriera e mi ci riconosco. 

Nonostante un certo manto di romanticità, non volevo fare un collage di scorci del quartiere, ma raccontare un po’ di me attraverso questo territorio. In particolare, vorrei raccontare del tempo dedicato al volontariato giovanile all’oratorio Michele Rua. Io cercavo di rendermi utile facendo l’animatore durante il centro estivo: era faticoso, non è semplice per un ragazzo di sedici o diciassette anni contenere e divertire un gruppo di quindici bambini. Le giornate erano lunghe ma estremamente edificanti. C’erano molte cose da fare: giocare incessantemente sotto il sole (imparando quanto siano energici i bambini), organizzare per i ragazzi i laboratori, i giorni in piscina o nei parchi. Poi, la cosa che più prediligo, il tempo passato ad ascoltare i racconti dei bambini che hanno sempre qualcosa di magico.

Ho avuto, in questo modo, l’opportunità e il privilegio di vedere tanti ragazzi e bambini di estrazione sociale, cultura e religione diverse e spero di aver imparato qualcosa da ognuno di loro e di aver lasciato qualcosa di me a ciascuno. Non è stato facile, ma tutte le cose belle sono ardimentose.

Ecco perché nonostante le difficoltà, questo quartiere ti rimane dentro; se guardi bene tra i lampioni arrugginiti, tra i palazzi grigi e popolari, i giardini abitati da giovani o perdigiorno, puoi trovare sempre qualche opportunità per vedere del bene e del bello. Qui ho imparato a riporre nelle nuove generazioni speranza e fiducia che cancellano le congetture negative sul futuro, qui ho imparato che spendersi per gli altri è un esercizio per l’anima, un balsamo che cura le ferite.

Odio Barriera, ma non posso che continuare ad amarla e provare a spendermi per essa.

Wikimedia Commons/Progetto artistico Opera Viva in piazza Bottesini